Dall’inizio del prossimo anno le imprese private italiane dovranno stipulare, obbligatoriamente, una polizza catastrofale nonostante versino già allo Stato e agli enti locali circa 21 miliardi di euro per le imposte ambientali. Una misura che ha scaturito polemiche tra gli imprenditori, seriamente preoccupati dal rischio di un doppio onere che potrebbe gravare pesantemente sulle loro attività.
Il provvedimento, introdotto con l’obiettivo di garantire risarcimenti più tempestivi in caso di calamità naturali, nasce dall’esigenza di colmare i ritardi dei rimborsi statali, spesso erogati quando le società colpite hanno già chiuso i battenti. Sebbene la velocità delle assicurazioni possa rappresentare un vantaggio, il problema principale rimane la mancata riduzione delle imposte ambientali. Senza un intervento compensativo, le imprese si troveranno a pagare due volte per la protezione del territorio: una prima volta con le tasse e una seconda con il costo delle polizze private.
A rendere ancora più complesso il quadro è la cronica mancanza di investimenti nella prevenzione dei disastri naturali. Dalla manutenzione degli argini alla pulizia dei fiumi, fino alla realizzazione di bacini di laminazione, sono ormai decenni che le opere strutturali vengono trascurate o avviate solo dopo eventi disastrosi. Di fronte a questo scenario, il progressivo arretramento dello Stato nel garantire servizi essenziali, tra cui la protezione ambientale, impone una riflessione più ampia sulle politiche fiscali e sulla sostenibilità economica delle imprese.